Fin dal suo esordio discografico, avvenuto nel 1972 con l’album “Fetus”, Franco Battiato aveva deciso di sviluppare una musica votata alla sperimentazione e, soprattutto, lontana dalla forma canzone. Parole ridotte al minimo (se non del tutto assenti) e ampio spazio a musiche articolate, influenzate da diverse correnti a lui molto care.
Elettronica, rock, avanguardia, progressive: questi alcuni degli elementi presenti in dischi quali “Pollution”, “Sulle corde di Aries” e “Clic”. Lavori indubbiamente ricercati e al tempo stesso spigolosi, articolati, sperimentali, difficili da assimilare. Anche se all’epoca nel nostro Paese erano presenti numerosi ascoltatori esigenti e poco interessati alla musica leggera, dischi del genere faticarono a imporsi: di copie ne furono vendute assai poche.
Eppure Battiato la sua carriera continuava a portarla avanti (dalla Bla Bla passò addirittura alla Dischi Ricordi). I suoi progetti musicali vedevano comunque la luce, e a livello discografico riusciva essere costante. C’era tuttavia una difficoltà tangibile ad arrivare al grande pubblico.
L’incontro con il violinista Giusto Pio, avvenuto nella seconda metà degli anni Settanta, lo riavvicinò gradualmente alla canzone, materia con la quale si confrontò insieme ad Alfredo Cohen per la realizzazione di due brani dell’artista abruzzese. Dopodiché iniziò la frequentazione con Angelo Carrara, produttore milanese piuttosto funambolico anche se astuto, tenace e pieno di idee. Fu quest’ultimo a spingerlo a scrivere brani cantati, più immediati e con un’attenzione particolare rivolta alla parola.
Il primo vero esperimento fu rappresentato dal disco “Cigarettes”, mai pubblicato: con lui un team di lavoro costituito dal già citato Giusto Pio, da Juri Camisasca e da Fabio Pianigiani. Un’opera di certo lontana dal mainstream anche se costituita da canzoni a tutti gli effetti, quindi potenzialmente in grado di attirare l’attenzione di parecchi ascoltatori.
Nonostante gli sforzi di Carrara, nessuna casa discografica decise di investire su un prodotto simile. Tuttavia Battiato non si scoraggiò, rimettendosi al lavoro con maggiore esperienza e consapevolezza.
A cavallo tra il 1978 e il 1979 si decise ad esplorare la musica leggera: non più brani articolati e complessi, bensì componimenti semplici nella forma e soprattutto orecchiabili, seppur contraddistinti da testi un po’ enigmatici. Sempre grazie a Carrara, caparbio come non mai, decise di rescindere il contratto con Dischi Ricordi per passare alla EMI. Il primo passo di questo nuovo capitolo della sua carriera fu rappresentato da “L’era del cinghiale bianco”: un disco destinato a conquistare gradualmente i suoi fan, tanto da diventare nel tempo una pietra miliare della musica italiana.
Finalmente un taglio diverso, canzoni di qualità con ritornelli efficaci, sonorità vivaci, influenzate da vari generi ma ben più fresche e immediate rispetto al passato. Il numero di copie vendute crebbe gradualmente, e aumentarono anche le richieste di concerti dal vivo. Insomma, era stata finalmente intrapresa la strada giusta, almeno in termini discografici.
Cosa fare a quel punto? Molto semplice: continuare così, approfondire il discorso legato al pop, un genere sempre più stimolante per l’artista siciliano, pronto a farvi confluire tutta la sua preparazione musicale per creare canzoni sorprendenti, o comunque inusuali per gli standard dell’epoca. Un pop rivisitato, stravolto, ricalibrato in base al suo background e alle sue sensazioni. Un discorso senz’altro interessante e intrigante.
Anni importanti quelli. Anni di cambiamenti, perché cominciarono a essere poste le basi per una grande stagione musicale. Cambiò anche la percezione del pubblico nei suoi confronti: si fece largo la sensazione che un artista simile avesse molto da dire, e che quindi valesse la pena seguire la sua evoluzione, contemplarne la crescita esponenziale. L’anno successivo, il 1980, vide l’uscita di “Patriots”. Un altro album valido e interessante. Ancora canzoni dirette, ancora incisi piacevoli. Il discorso musicale di Battiato sembrava piacere, e tutto venne ripagato da una discreta quantità di copie vendute. Oltre duecentomila, molte di più di quelle andate via con “L’era del cinghiale bianco”.
Nel disco spiccavano brani quali Up Patriots to Arms, Le aquile, Prospettiva Nevski. Il nome di Battiato circolava sempre di più, l’attenzione verso di lui cresceva in maniera progressiva e inarrestabile. A lui non restava che cavalcare l’onda, continuare a battere il chiodo: il pubblico rispondeva a una certa proposta musicale, quindi valeva la pena proseguire lungo quel filone.
Sempre tanta l’ispirazione. Con Giusto Pio venne confezionato il brano Per Elisa che avrebbe permesso ad Alice di trionfare al Festival di Sanremo del 1981. Tempo di smaltire l’euforia per un successo simile e poi via, di nuovo al lavoro. Angelo Carrara seguiva l’attività in studio di Battiato e Pio, che nell’arco di pochi mesi misero a punto sette nuovi pezzi, uno più bello dell’altro. C’era il sentore di aver fatto centro.
Dopo l’estate, nel mese di settembre, venne sfornato “La voce del padrone”. Ancora più immediatezza rispetto a “L’era del cinghiale bianco” e a “Patriots”. Si strizzava l’occhio all’ironia, dando però spazio anche a cose più sofisticate, che tuttavia apparivano gradevoli, spontanee, piacevoli. Una buona promozione e un sorprendente passaparola spianarono la strada a un disco nato per essere vincente. Con il passare delle settimane aumentò l’attenzione verso un album del genere, senz’altro maturo, ben fatto, curato nei dettagli.
Il successo fu netto e clamoroso al tempo stesso: “La voce del padrone” superò il milione di copie vendute. Summer on a Solitary Beach, Bandiera gialla, Cuccurucucù e Centro di gravità permanente contribuirono a trainare l’album verso traguardi inimmaginabili. L’album entrava in tantissime case. Quelle sette, fortunatissime canzoni venivano diffuse ovunque, nei negozi, nei bar, nei locali, nelle discoteche: la Battiato-mania era ufficialmente esplosa.
Tutti lo cercavano. Crescevano le richieste per vederlo dal vivo. Lui, personaggio sicuramente eclettico e curioso, nonché schivo e poco esuberante, proseguiva per la sua strada. Trovata una direzione ben chiara, voleva soltanto insistere, spingersi oltre per stupire ancora l’ascoltatore a suon di dischi.
E ne sarebbero venuti tanti negli anni successivi. “L’arca di Noè”, “Orizzonti perduti”, “Mondi lontanissimi”, “Fisiognomica”: quattro dischi grandiosi in appena sei anni. Opere di spessore, di stampo pop eppure ricche di interessanti sfumature a livello compositivo e sonoro. Un poker formidabile tramite cui rimanere sulla cresta dell’onda senza tuttavia snaturarsi e perdere credibilità, concludendo così in crescendo un decennio semplicemente glorioso.
Da lì in poi Battiato avrebbe portato avanti una ricerca costante e al contempo affascinante, utile per dare vita a opere sempre più vicine ai suoi gusti musicali. Da parte della critica un sostegno non indifferente, dal pubblico una fiducia assoluta, anche in occasione di progetti meno commerciali del solito.
Una carriera invidiabile per merito e intelligenza, e anche per un pizzico di giusta sfacciataggine. L’evoluzione a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, senza dubbio, il punto di svolta dopo un avvio in sordina. E di quel momento magico restano dischi memorabili, frutto d’incoscienza e genialità, estro e saggezza.
Alessandro
Leave a Reply