
Profondo, autentico, emozionante: “9” di Damien Rice è certamente uno degli album di musica internazionale a cui sono più legato. Per quanto il disco d’esordio “O” abbia forse qualcosa in più, per stile, produzione e maturità penso che “9” sia un lavoro eccellente, di quelli che non hanno sbavature e che fanno centro al primo colpo.
Anche se è uscito più di quindici anni fa, ancora oggi un disco del genere mi scuote e mi travolge ad ogni ascolto. Canzoni come 9 Crimes, Elephant, Dogs e Accidental Babies continuano a stupirmi per la loro grandezza, che risiede in tanti aspetti: la musica, i testi, gli arrangiamenti, il cantato del grande Rice. Roba sublime, di un livello altissimo.
Un album di matrice elettro-acustica che passa da canzoni dolci e sussurrate ad altre invece più accattivanti, spigliate, sperimentali. In “9” c’è un’ispirazione sorprendente. Ogni singolo brano gira alla perfezione.
È un disco esemplare perché i brani che lo costituiscono hanno una produzione in bilico tra l’indie e il mainstream. Sono canzoni potenti e che possono “funzionare” in qualsiasi contesto: non sembrano appartenere a una categoria ben definita, eppure appaiono adatte a qualsiasi ambito. Sono canzoni a sé, tutto qui. Non è roba costruita a tavolino per scalare le classifiche, tantomeno materiale rivolto ad ascoltatori eccessivamente sofisticati.
Una raccolta di canzoni di spessore, suonate divinamente, messe a punto con cura. Niente di superfluo, né di limitato.
Un disco simile non ha punti deboli e non lascia indifferente chi si mette a sentirlo. Ha il potere di sbalordire chiunque, dall’ascoltatore di musica folk a quello che mastica solo musica commerciale.
Opera magnifica, sconvolgente per la qualità globale. Impossibile da imitare. Nessuno, su questa terra, sarebbe in grado di fare qualcosa di simile.
Alessandro
Leave a Reply