
Anche se è fuori già da un po’, ci tenevo a spendere qualche parola per l’ultimo lavoro in studio degli americani Midlake. Un disco, “A Bridge to Far”, che ho ascoltato più volte nel corso dell’inverno, apprezzandone tanti aspetti.
Sicuramente la partenza del frontman Tim Smith ha cambiato molte cose: dopo il suo allontanamento, la band ha modificato in maniera piuttosto marcata il proprio stile, rallentando anche la produzione di materiale inedito.
Devo però ammettere che “A Bridge to Far” sembra più strutturato e ispirato rispetto al precedente “For the Sake of Bethel Woods”, uscito nel 2022 dopo un lungo silenzio discografico.
I dieci pezzi in scaletta hanno un sound raffinato e complesso al tempo stesso: si sente il grande lavoro fatto a livello di arrangiamenti, perché il vestito dato a ogni singola canzone appare studiato alla perfezione.
Dalla traccia di apertura Days Gone By all’intrigante The Ghouls, da Eyes Full of Animal, contraddistinta da un bel riff di chitarra elettrica, alla morbida e avvolgente Lion’s Den: diversi episodi degni di nota in un album che sembra voltare le spalle ai tristi e sciatti suoni utilizzati oggi per le produzioni del mainstream.
Un disco fatto con impegno, ragionato, frutto di esperienza, maturità e pregevoli intuizioni. Folk, rock, qualcosa di vagamente psichedelico e legato in qualche modo al progressive. Non sarà certamente ai livelli di “Bamnan e Slivercorck” e del successivo “The Trials of Van Occupanther”, ma questo “A Bridge to Far” merita di ricevere la giusta attenzione e di essere ascoltato a più riprese.
Album sicuramente valido e di spessore. Questo è quanto.
Alessandro
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