Lo ripeto spesso parlando con amici e parenti: il jukebox ha rivestito un ruolo fondamentale nella mia vita. Un oggetto di cui le nuove generazioni forse ignorano l’esistenza, ma che fino ai primi anni Duemila capitava di trovare in molti locali non come semplice elemento di arredo, bensì come macchinario straordinario in grado di diffondere emozioni travolgenti.
D’estate, quando da ragazzino lasciavo Roma per spostarmi con i miei nonni a Pescara, il jukebox era sempre presente nell’area esterna al bar dello stabilimento Smeraldo che comprendeva anche i videogiochi arcade e il biliardino: oggetti unici, tutti raggruppati sotto un grande chiosco situato vicino all’entrata, e quindi a ridosso del lungomare.
Ogni anno veniva cambiata quella che oggi si potrebbe definire la “playlist”, cioè l’elenco delle canzoni da scegliere attraverso l’inserimento di un gettone del valore di cinquecento lire. Come molti sapranno, il jukebox conteneva una serie di dischi, generalmente quelli più in voga del momento. Al suo interno non mancavano mai le mitiche compilation del Festivalbar, che uscivano nei negozi di dischi in tarda primavera, a ridosso della partenza della manifestazione televisiva che in pratica copriva tutta l’estate per concludersi a settembre con le memorabili finali all’Arena di Verona. Un totale di quattro dischi (due relativi alla compilation “Blu”, due relativi alla “Rossa”) che includevano praticamente tutti i brani più quotati della stagione, hit italiane e internazionali destinate a entrare in testa attraverso sonorità semplici e melodie estremamente orecchiabili.
Per uno come me, già da piccolo attratto dalla musica nazionalpopolare, il jukebox era un autentico punto di riferimento. Attraverso i brani selezionati di volta in volta dai clienti dello stabilimento, potevo conoscere una quantità esagerata di canzoni: un aggiornamento continuo, al di là della qualità dei pezzi.
Ricordo che mio nonno mi dava sempre duemila lire la mattina e altre duemila lire il pomeriggio per passare un po’ di tempo ai videogiochi e ripararmi così dal sole aggressivo che invadeva la spiaggia nelle ore più calde. Considerando che un gettone valeva cinquecento lire, e che un budget di quattromila lire ne garantiva otto, di base ne destinavo quattro per altrettante partite ai videogame e altri quattro per il jukebox: due canzoni da scegliere la mattina e altre due il pomeriggio. Un investimento importante: non si poteva sbagliare la canzone, bisognava ragionare con cura.
A ripensarci oggi sembra preistoria, eppure fino a una ventina di anni fa, almeno sul litorale pescarese, capitava di trovare un jukebox in ogni lido. Pian piano si perse un po’ il culto: i ragazzi sentivano sempre meno l’esigenza di pagare per far partire la musica in un bar. In più iniziava a diffondersi la musica digitale, quindi gli stabilimenti iniziavano ad attrezzarsi con computer da collegare a delle casse per proporre una musica continua, senza interruzioni.
Un grande peccato, senza dubbio.
Il jukebox, però, mi ha trasmesso emozioni indescrivibili. Ricordo gli anni Novanta, quando dalle casse di quel macchinario passavano Laura non c’è di Nek, All That She Wants degli Ace of Base, Lemon Tree dei Fool’s Garden, Narcotic dei Liquido, Tender dei Blur, Nobody’s Wife di Anouk, Sing dei Travis. Ricordo l’estate del 2001, quella segnata da Infinito di Raf, una sorta di inno generazionale: che emozioni quando qualcuno dei miei amici si alzava dal tavolino, cosparso di carte e pacchetti di sigarette, per farla partire. Tra le dita un gelato rinfrescante, intorno schiamazzi di bambini e belle ragazze che andavano e venivano. Poco più in là, poi, una lingua di sabbia recintata dove sbizzarrirsi a suon di partite a calcio o a beach volley, seguite da lunghissimi bagni al tramonto. Anni magici, che sono rimasti dentro.
Ogni estate aveva la sua musica, e almeno per il sottoscritto quella musica era filtrata dal mitico jukebox dello Smeraldo. Pop, rock, disco, elettronica, techno, reggae: un mix di pezzi anche diversi tra loro, ma comunque in grado di unire le persone lì nelle vicinanze per ascoltare.
Quanta nostalgia.
Sicuramente sto invecchiando, non lo nego.
Una domanda, però, continua a frullarmi in testa da anni: dove sarà finito quel benedetto jukebox dello stabilimento Smeraldo? Darei tutto quello che ho pur di ritrovarmici davanti con un gettone in mano e una canzone da scegliere.
Alessandro
Leave a Reply