Pochi giorni prima della nascita di mio figlio sono stato letteralmente tramortito da una tragica notizia. La morte improvvisa dell’ex calciatore Alexander Manninger, causata da un incidente stradale avvenuto in Austria, il suo paese d’origine, mi ha davvero sconvolto.
Ovviamente di un atleta del genere si ricordano soltanto i veri appassionati di calcio. Non è mai stato considerato una star, di questo ne sono perfettamente consapevole.
Nato a Salisburgo nel 1977 e di ruolo portiere, Manninger è stato protagonista di una carriera agonistica molto interessante, trascorsa perlopiù in Italia, anche se di certo non gloriosa. Le sue prestazioni notevoli e costanti non gli hanno consentito di approdare a dei club di caratura internazionale, eccezion fatta per i quattro anni alla Juventus, dove la presenza di un monumento del calibro di Gianluigi Buffon gli ha impedito di giocare con continuità.
Fiorentina, Torino, Bologna, Brescia, Siena: queste alcune delle squadre nelle quali ha militato, facendosi trovare sempre pronto ad ogni chiamata.
Sono sempre stato convinto del fatto che le sue qualità indiscutibili, come la reattività, l’elasticità, la sicurezza e il senso della posizione, avrebbero potuto garantirgli la titolarità in squadre molto blasonate e abituate a grandi palcoscenici. Eppure nessun top club ha mai deciso di scommettere su di lui, dandogli le chiavi della difesa.
Un grande peccato, anche se sono convinto che di tutto questo a lui non sia mai importato un bel niente. I bei messaggi d’affetto pubblicati le scorse settimane dai suoi ex compagni mi hanno confermato un tratto importante del suo carattere: l’umiltà.
A pensarci bene, lui era quasi un alieno in un mondo folle e delirante come quello del calcio professionistico. Lontano dalle mode, lontano dalle cronache, lontano da tutto ciò che non lo attraeva: un vero esempio di professionalità. Una persona pura.
Io che dai dieci ai vent’anni di età ho giocato in porta a livello agonistico, ho cercato in continuo di copiare il suo stile. Rimanevo incredulo davanti al suo talento, alla sua capacità di parare tiri impossibili da prendere. Voli sontuosi, uscite rischiose e tempestive: un autentico fenomeno.
Ricordo quando nel 2001 arrivò alla Fiorentina dall’Arsenal, in un’annata disastrosa per il club toscano. Ogni domenica riusciva a compiere almeno tre o quattro parate superbe, cercando di limitare il passivo e di evitare goleade ai suoi.
Un’elasticità sorprendente, tipica della scuola tedesca. Non a caso, quando si tuffava di lato, era solito “staccare” con il piede opposto, un vizio che dopo la caduta a terra lo faceva puntualmente rotolare per metri e metri. Era un punto di riferimento per me, desideroso di migliorare di giorno in giorno.
Che portiere Manninger. Andrebbe riscoperto, soprattutto dai giovanissimi che oggi decidono di avvicinarsi al calcio con l’intento di difendere una porta.
La sua morte mi logora e mi turba. Che ci si creda o no, non riesco ancora a elaborare un lutto del genere.
Alessandro
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