Con assoluta incredulità ho appreso della prematura scomparsa di Luca Quarantini, da circa vent’anni titolare di un live club molto conosciuto a Roma, ovvero la Locanda Blues.
Nel lontano 2007, appena finito il liceo, mi presentai in quel locale situato lungo la Cassia per trovare un piccolo impiego come cameriere durante il periodo universitario e la gavetta per diventare giornalista. Avevo appena diciannove anni, un ragazzo.
Luca, per quanto poco più grande di me, gestiva già da tempo e con estrema bravura un’attività non semplice, che garantiva musica dal vivo sei giorni su sette: un impegno notevole, soprattutto perché non era affatto semplice portare gente lì dentro ogni sera.
Non avevo mai fatto il cameriere prima di allora, andavo assolutamente formato. E Luca mi diede fiducia, insegnandomi qualche trucco per svolgere al meglio il mestiere e non deludere i clienti spesso impazienti nelle serate caotiche. Da parte mia c’era tutto l’entusiasmo possibile, sia per la voglia di rendermi un po’ indipendente, sia per il fatto che lì dentro la musica era una costante.
In circa tre anni ho passato tanto tempo con lui e con il resto della sua famiglia, persone che mi hanno sempre voluto bene. Si era creato un bel gruppo con gli altri giovani camerieri che, come me, trascorrevano almeno due sere a settimana correndo tra i tavoli con montagne di piatti e bicchieri sulle mani.
Luca c’era praticamente sempre. Era sempre lì a parlare con gli artisti e con i gruppi, a contattare i fornitori, a dare una mano in cucina o in pizzeria se si riscontrava un ritardo nelle consegne. Si assentava giusto una sera a settimana. Un gran lavoratore, con un atteggiamento positivo.
Era un patito di sport, soprattutto di calcio, e ricordo tante discussioni sulla Roma per cui lui andava matto. Ammetteva di non essere un esperto di musica, tuttavia si impegnava al massimo per preparare ogni mese una programmazione all’altezza, tale da attirare una grande quantità di pubblico, specialmente nei fine settimana.
Dopo aver finito di lavorarci, sono tornato di rado alla Locanda, e di questo me ne pento. L’ultima volta un paio di anni fa. Era l’estate del 2024, il giorno stesso in cui l’Italia di Luciano Spalletti era stata eliminata dalla Svizzera nella gara degli ottavi di finale degli Europei di calcio. Avevo il morale a terra, ma una chiacchierata con lui mi fece tornare il buonumore. Gli promisi anche che sarei tornato a trovarlo, cosa che poi, inspiegabilmente, non ho fatto. Tutto ciò mi rammarica ulteriormente.
Mi rattrista enormemente il pensiero che non sia più tra noi, perché era una persona sempre gentile e sorridente, un amico generoso, sempre pronto a dare una mano. E di amici, di persone che gli volevano bene, ne aveva tante.
Il mio pensiero va ora ai suoi cari, che hanno perduto un angelo.
Alessandro
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