Mi ha sorpreso fino a un certo punto l’esclusione dell’Italia dai prossimi Mondiali di calcio. Una partita secca contro un avversario di livello su un campo molto difficile: soltanto con una prestazione gagliarda sarebbe stato possibile fare il colpaccio e passare il turno.
E devo dire che l’Italia la sua partita l’ha pure fatta, ma non è bastato. Troppo complicato giocare in inferiorità numerica per più di un tempo di gioco. La Bosnia ha spinto più che ha potuto per raggiungere il suo obiettivo, ovvero agguantare il pareggio e trascinare la gara fino alla lotteria dei rigori, situazione in cui ogni tipo di divario tecnico e atletico si azzera. Poi è andata bene a loro, e su questo è inutile recriminare.
Come già avvenuto in passato, il problema è stato quello di non vincere il girone. Nazionali come Spagna, Inghilterra e Germania ci riescono sempre, noi no. O comunque possiamo dire che non siamo più in grado di farlo rispetto al passato. Un aspetto su cui lavorare intensamente, perché noi dobbiamo farci rispettare in tutto il mondo.
Mai prima d’ora era successo che l’Italia, con la sua grande tradizione calcistica, saltasse tre Mondiali di fila. Non ci si crede, fa troppo male. Eppure bisogna accettare questo terribile verdetto.
Nell’arco di meno di vent’anni le cose sono cambiate. Tanti Paesi sparsi nel mondo si sono evoluti, mentre qui da noi è accaduto l’esatto opposto: è avvenuta un’involuzione disarmante. Si è abbassato di molto il livello, non si sono affacciati sulla scena calciatori talentuosi e carismatici: qualcuno ha rappresentato un’eccezione, ma si è trattato di pochi casi.
All’estero si sono messi d’impegno per formare al meglio i calciatori, qui non è accaduta la stessa cosa. I motivi? Parecchi, senza dubbio. Uno in particolare continua a lasciarmi perplesso: il numero sempre più ridotto di calciatori italiani nelle squadre del campionato di Serie A.
Continuo a ritenere inammissibile quel meccanismo che porta i nostri club a puntare su giocatori di altri continenti anziché dare spazio a chi viene dal vivaio, gente che è cresciuta in grandi società senza avere l’opportunità di mettersi in mostra. Si buttano soldi, si fanno investimenti improbabili, non si guarda a quello che di buono c’è già in casa.
Perché in ogni rosa di ogni singola squadra di Serie A i giocatori italiani si contano sulle dita di una mano? Troppo scarsi? Non ci credo. Nessuno può insegnarci come si gioca a pallone. Noi questo sport ce lo abbiamo nel sangue.
Bisogna puntare sui ragazzi provenienti dal settore giovanile e buttarli nella mischia, senza far passare tempo inutile. La Roma lo sta facendo con gente come Niccolò Pisilli e Antonio Arena, ma non basta. Urge insistere e fare in modo che questo “tentativo” diventi una prassi.
Inoltre, a mio avviso, bisognerebbe inserire una regola nel nostro campionato: almeno sei titolari di nazionalità italiana in campo per tutta la partita. Mi sembra il minimo, non vedo altre soluzioni. Solo giocando si migliora e si fa esperienza.
Servono forze fresche, ragazzi motivati e che corrono. Oggi le grandi squadre sono quelle che corrono, che vanno forte, perciò è fondamentale tenere il passo.
È arrivato il momento di andare in un’altra direzione, e in questo senso i nostri club devono dimostrare maggiore coraggio.
È un discorso di mentalità, tutto qui. Ce la faremo mai? Chi può dirlo. Una cosa è certa: i risultati si raggiungono lavorando e rimanendo in silenzio. Questa cosa non me la toglierà mai nessuno della testa.
Alessandro
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