
Tra tutti i meravigliosi dischi pubblicati fino ad oggi dal songwriter australiano Xavier Rudd, credo che “Food in the Belly” del 2005 sia il suo lavoro migliore. È il terzo album della sua carriera, arrivato dopo “To Let” del 2002 e “Solace” del 2004.
Un’opera incantevole, costituita da tredici splendidi pezzi in cui convivono folk e blues, miscelati con sapienza da quello che continuo a ritenere ancora oggi un prodigio, sia per le sue qualità di musicista sia per la capacità innata di confezionare brani strepitosi.
La semplicità e l’istinto da una parte, la sperimentazione e la spiritualità dall’altra: ogni volta che riascolto “Food in the Belly”, di cui tra l’altro sono entrato in possesso solo di recente avendolo acquistato a ottobre presso il mitico negozio Transmission a San Lorenzo, mi rendo conto di come un album simile sia segnato tanto dall’anima da folksinger quanto da quella più introspettiva e ancestrale del suo artefice.
Un disco che parte quieto e leggero grazie a due gioielli del calibro di The Letter e Messages, ma che già con la terza traccia in scaletta, ovvero Pockets of Peace, cresce in termini di intensità, permettendo all’ascoltatore di notare il talento assoluto di Mr. Rudd. Poi si va avanti tra pezzi sognanti (Energy Song), incalzanti (Fortune Teller), ipnotici (The Mother), struggenti (My Missing). Ce n’è per tutti i gusti: ogni episodio ha il suo perché e scava dentro in maniera naturale e inarrestabile.
Qualcosa di sensazionale e di altissimo livello. Un album talmente bello da lasciare senza fiato. Per la bellezza delle canzoni, per la grandezza degli arrangiamenti, per l’omogeneità del suono, per la perfezione in termini di esecuzione. Per il talento impressionante di Xavier Rudd, imprevedibile e sorprendente, inimitabile e irraggiungibile.
Alessandro
Leave a Reply