“On An Island”…

Oltre ad essere esigua in quanto a numero di produzioni rilasciate, la carriera solista di David Gilmour non è particolarmente impeccabile. Pesa indubbiamente l’immensità delle opere realizzate con i Pink Floyd, ma sentendo i quattro lp d’inediti rilasciati tra il 1978 e il 2015, si nota una brillantezza piuttosto sporadica. Però Gilmour un capolavoro è comunque riuscito a piazzarlo. All’età di sessant’anni. Già, perché il magnifico “On An Island” è stato rilasciato nel 2006. Il 6 marzo del 2006, il giorno stesso in cui l’artista britannico classe 1946 compiva gli anni.
“On An Island” è il terzo album di Gilmour composto da canzoni originali, ideale seguito del deludente “About Face” del 1984, a sua volta preceduto da “David Gilmour” del 1978, un disco che a me personalmente piace nel complesso, ma che all’epoca della sua pubblicazione non entusiasmò più di troppo la critica e gli amanti della musica dei Pink Floyd. Il disco prodotto insieme a Phil Manzanera e Chris Thomas è invece interessante, valido e coinvolgente. Si tratta di un lavoro che ha avuto una gestazione abbastanza lunga tanto nella scrittura quanto nella gestazione.
Per “On An Island” Gilmour ha voluto fare le cose per bene, a partire dalle canzoni. Il disco possiede infatti delle tracce stupende, eleganti nelle musiche e discrete nei testi (a curarli per la maggior parte, come già accaduto per “The Division Bell” dei Pink Floyd, Polly Samson, la compagna di Gilmour). Nella produzione in questione l’ex chitarrista dei Pink Floyd ha cercato di assecondare il suo istinto, per mettere in piedi una raccolta di canzoni vicina ai suoi gusti e alla sua personalità, così pacata e vera. E la bravura è stata quella di dare ai pezzi in scaletta il suono giusto, estremamente raffinato anche se non eccessivamente complesso. Gli effetti scelti per le chitarre sono strepitosi, e lì non c’erano dubbi. Ma più in generale gli arrangiamenti possiedono una grazia, una sensibilità unica. C’è l’elettricità e ci sono tante belle chitarre acustiche. E occhio a sottovalutare la bellezza dei fiati, pronti ad emergere per ampliare la varietà e il fascino dei brani.
Un lavoro coerente insomma, dove si rispecchia la tranquillità e la magia che sono rappresentate da una copertina eccezionale. Il disco della pace. Quello che Gilmour prima o poi doveva realizzare nella sua vita.

Alessandro

2 Comments
  • Sergio
    agosto 25, 2016

    Evoca la profondità dell’anima comune a tutti noi!

    • Alessandro
      agosto 25, 2016

      Concordo con la tua osservazione. Grazie per il commento.
      Un caro saluto.

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