L’irresistibile “Troppo forte”

Tra tutti i meravigliosi film realizzati dal grande Carlo Verdone in oltre quarant’anni di carriera, continuo a ritenere “Troppo forte” del 1986 il suo lavoro più bello in assoluto. Ovviamente si tratta di un parere del tutto personale, anche perché nel tempo mi sono reso conto che a molte persone questo film ha detto poco.
A proposito di quest’opera, l’autore ha più volte ribadito di non essere mai stato pienamente soddisfatto dell’esito finale. Molto probabilmente, la sua visione “negativa” rispetto alla riuscita del film resta condizionata da un episodio abbastanza bizzarro, ovvero la presenza nel cast di Alberto Sordi al posto di Leopoldo Trieste.
Non molti sanno che ad interpretare il folle avvocato Giangiacomo Pigna Corelli in Selci, colui che in pratica manipola psicologicamente il protagonista Oscar Pettinari dopo averlo conosciuto in maniera casuale a Cinecittà, ci avrebbe dovuto pensare Trieste. Tuttavia, come raccontato proprio da Verdone negli anni, poco prima di dare il via alle riprese la produzione “impose” Sordi, costringendo lo stesso Verdone a riferire a Trieste dell’inaspettato cambio di programma.
Insomma, la realizzazione del film fu in parte “segnata” da questo avvenimento, con Verdone non entusiasta di ritrovarsi sul set con Sordi, a suo avviso non la persona giusta per vestire i panni di un personaggio assolutamente instabile e inaffidabile, figura importante all’interno della storia. Per quanto mi riguarda, credo che Sordi abbia comunque fatto un buon lavoro: l’avvocato Pigna Corelli mi ha sempre colpito, fin dalla primissima visione del film, credo risalente alla metà degli anni Novanta.
Di “Troppo forte” amo tutto, a partire dalle varie location, che mostrano la periferia romana infuocata da un sole cocente e abbagliante. Mi emoziono ancora nel rivedere scorci di Ostiense e dell’Eur, senza parlare della Pineta e della spiaggia di Ostia, dove si sviluppano scene di una comicità unica.
Anche in termini di sceneggiatura il film appare impeccabile, perché mantiene un bel ritmo dall’inizio alla fine. Poi ritengo che ci sia un Verdone straripante e in stato di grazia, abile a regalare risate continue ricoprendo un ruolo, quello di Pettinari, a dir poco pazzesco.
Capita spesso che nel corso di una giornata qualsiasi mi torni in mente la scena iniziale del film, quella della celebre performance del protagonista con il flipper, oppure il momento in cui il povero Pettinari non viene considerato per recitare come figurante in un film da girare nella sua Roma. Di momenti irresistibili ce ne sono assai nel film, e potrei citarne almeno un’altra dozzina.
L’ultima cosa che vorrei sottolineare di questo film, che ha già parecchi anni di vita, tanto da galoppare verso il quarantennale, è la bellezza devastante delle musiche, curate dal grande Antonello Venditti. Ritengo che il mitico Antonello abbia confezionato dei brani strumentali di pregevole fattura, tra l’altro fortemente chitarristici (cosa non da poco, visto che lui è essenzialmente un pianista).
Le contaminazioni rock e blues che accompagnano numerose scene del film, un po’ in stile Ry Cooder, danno alla pellicola stessa un tocco molto americano, esaltando al meglio certe sfumature pensate e costruite da Verdone. Non a caso, mi viene da definire “Troppo forte” il film più “statunitense” dell’intera filmografia verdoniana. Esagero? Chi lo sa. Ai miei occhi, di certo, è sempre apparso così.

Alessandro

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