Il nostro caro Lucio (perché gli devo tutto)

Mi metto a scrivere di un gigante del calibro di Lucio Battisti a quasi nove anni dalla nascita di questo blog, non tanto per il fatto che in questo 2023 avrebbe compiuto ottant’anni tondi tondi: un qualcosa di abbastanza paradossale e insolito, considerando quanto abbia rappresentato per me a livello musicale. Più volte, in questi anni, mi sono ripromesso di ricordarlo in qualche modo senza tuttavia riuscirci. Una spiegazione può essere che, dopo l’ascolto assiduo in tenera età della sua discografia, crescendo mi sono un po’ allontanato dalle sue canzoni.
Non è che non piaccia più il grande Lucio, ci mancherebbe. Se non altro, dopo la fine del liceo, con una maggiore facilità di fruire di musica di vario genere, sono andato avanti, a ricercare novità capaci di darmi nuovi stimoli, di introdurmi in nuovi mondi. Ho sentito costantemente il bisogno di arricchirmi, di scoprire, di assimilare. Ecco cosa è successo.
Lucio, in ogni caso, resta un punto di riferimento, pur avendolo leggermente perso di vista. Gli devo davvero tutto, proprio come ho scritto nel titolo di questo articolo. Furono i miei genitori, quando ero molto piccolo, ad avvicinarmi al suo incredibile repertorio. Ancora oggi, la mia testa è attraversata da flash in cui il sottoscritto, nemmeno adolescente, si ritrova a contemplare la potenza e la delicatezza di certi suoi cavalli di battaglia.
Per tanto tempo, diciamo nel periodo delle elementari, non è esistito altro. In maniera progressiva i brani memorabili di Lucio mi hanno rapito, intrappolato: niente, a parte forse i Beatles, riusciva ad attirarmi, a scuotermi tanto. Ricordo che mio padre, a un certo punto, provò a farmi sentire delle cose potenzialmente in grado di stupirmi e di farmi uscire da quella fase battistiana assolutamente catartica. Ebbene, nonostante i continui tentativi con proposte anche nazionalpopolari, per un arco temporale piuttosto ampio non gli ho dato minimamente retta: o Lucio o niente.
Quando si entrava in macchina, doveva per forza di cose spuntare fuori una cassetta contenente canzoni da lui incise. In caso di assenza di materiale, l’atmosfera cominciava a rovinarsi. Ero spaventosamente dipendente dalla musica, dalla sua voce. Quelle melodie che esaltano decine e decine di suoi brani erano come ossigeno, almeno per me.
Ecco, lui mi ha stregato con la melodia. Mi ha preso per mano e mi ha trascinato con forza in quella dimensione, molto ricorrente e comune nella canzone italiana. Le melodie battistiane hanno rappresentato un punto di non ritorno, e negli anni successivi ho avuto l’esigenza di ritrovare quell’approccio negli artisti e nei gruppi in cui man mano mi sono imbattuto.
Di musica ne ho ascoltata davvero tanta fino ad oggi, e posso affermare senza problemi che questo grande artista nato il 5 marzo del 1943 ha fatto letteralmente scuola. Con lui la musica leggera italiana ha preso un’altra piega. Ha ridefinito i parametri della canzone, arrivando a tutti sia con pezzi “semplici” sia con componimenti più articolati.
Questo è accaduto fino alla fine degli anni Settanta. Dopodiché, terminata la scrittura con Mogol, ha virato verso l’elettronica prediligendo un approccio atipico, spigoloso se vogliamo. L’ultimo Battisti mi piace molto, anche se mi rendo conto di quanto sia difficile masticarlo. Ci vorrebbero articoli su articoli per analizzare bene l’interessante lavoro fatto con Pasquale Panella. Stavolta, con questo intervento stringato, volevo giusto ricordare e ricordarmi la magnificenza delle canzoni e dei dischi che hanno reso Lucio un monumento assoluto della musica italiana di sempre.

Alessandro

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