Terrence Malick, la sua luce la mia luce

A più di otto anni di distanza dalla nascita di questo blog, mi ritrovo a scrivere per la prima volta di Terrence Malick. A pensarci, mi sembra piuttosto assurdo. Lo dico perché si tratta di uno dei miei registi preferiti. È stata ed è tuttora una figura importantissima riguardo la mia attrazione per il cinema.
In tanti sanno che, quasi dieci anni fa, incentrai la mia tesi di specialistica su di lui e sul suo modo di realizzare film. Un’esperienza impegnativa e coinvolgente al tempo stesso, di cui vado molto fiero. Il lavoro s’intitolava “Il trascendente nel cinema di Terrence Malick”. All’interno della tesi cercavo di individuare dei legami tra la filmografia del cineasta americano e le osservazioni del grande Paul Schrader incluse nel suo libro “Il trascendente nel cinema”.
Fu un percorso complicato, considerando che il materiale critico su Malick è sempre stato abbastanza ridotto (d’altronde lui non rilascia più interviste da quasi cinquant’anni, perciò nel tempo gli studiosi hanno dovuto fare soltanto deduzioni analizzando le sue pellicole). Alla fine, tuttavia, venne fuori un bel risultato. E mi sento di ringraziare ancora Mauro Di Donato e Roberto Gigliucci, rispettivamente relatore e correlatore di quella tesi discussa nel luglio del 2013.
La mia adorazione nei confronti di questo artista, nato in Texas nel lontano 1943, è enorme. E pensare che Malick l’ho scoperto abbastanza tardi. Ricordo tutto alla perfezione: era la primavera del 2011, e recandomi con degli amici al Cinema Quattro Fontane di Roma per vedere “Habemus Papam” di Nanni Moretti restai impietrito nel contemplare il trailer dell’incredibile “The Tree of Life”, che sarebbe arrivato nei cinema italiani poche settimane dopo. Prima di allora non lo avevo mai sentito nominare. Sapevo dell’esistenza dello straordinario “La sottile linea rossa” (“The Thin Red Line”), eppure ignoravo che fosse stato lui a firmare quella pellicola.
Andai poi a vedere “The Tree of Life” al Tibur, nel quartiere San Lorenzo, sempre con i miei compagni di università, come me grandi appassionati di cinema. Fu un’esperienza allucinante. Rimasi totalmente stordito da tale visione: opera incantevole, con un cast sontuoso abile a esaltare una storia struggente e profondissima al tempo stesso. Persi davvero la testa, perché prima di quel momento nessun regista era stato in grado di scuotermi, di darmi certe emozioni.
In quanto estasiato dalla sua bellezza straripante, qualche giorno dopo tornai di nuovo al cinema per rivederlo sul grande schermo (portai con me i miei genitori al Cinema Andromeda). Altra scarica di poesia, davvero sublime, impeccabile, potentissimo. Nel corso dell’estate mi procurai i quattro film realizzati in precedenza, cioè “La rabbia giovane” (“Badlands”), “I giorni del cielo” (“Days of Heaven”), il già citato “La sottile linea rossa” e “The New World – Il nuovo mondo” (“The New World”). Lavori molto particolari, diversi tra di loro, ma di pregevole fattura: tutto ciò mi fece comprendere lo spessore incredibile di un regista del genere.
Verso la fine del primo dei due anni di specialistica iniziai a pensare al lavoro da fare in vista della seconda e ultima tesi universitaria. Durante una lezione di cinema dello stesso Di Donato rimasi incuriosito dalla sua spiegazione relativa ai contenuti del libro di Schrader di cui sopra. In quel testo il cineasta e sceneggiatore americano teorizzò, attraverso degli esempi ben precisi, una particolare costruzione filmica capace di evocare il trascendente all’interno di un film. Poiché in quasi tutti i film di Malick avevo notato questa sua tendenza ad alludere al sovrannaturale, mi venne in mente l’idea di provare ad azzardare un accostamento.
Così andai a parlare con il professore e, in seguito al suo via libera, mi misi al lavoro. In circa cinque mesi terminai la tesi, fiero della ricerca effettuata tra tante e prevedibili difficoltà. Ancora oggi credo di essermi avventurato in qualcosa di troppo grande, in ogni caso reputo quella tesi un progetto coraggioso e valido.
Non può bastare un solo articolo per parlare di Malick: è un autore incredibile, con un bagaglio culturale impressionante. “The Tree of Life” è un film che ha cambiato la mia vita, anche se sono legatissimo pure a “I giorni del cielo” e a “La sottile linea rossa”. Dopo “The Tree of Life” la sua produzione è aumentata, e questo è avvenuto perché il successo accumulato in maniera progressiva gli ha permesso di dedicarsi alla realizzazione di vari film scritti nel tempo. Mi piacque molto “To the Wonder” del 2013, mentre “Knight of Cups” e “Song to Song” non mi hanno troppo colpito.
Qualche amico mi ha parlato bene de “La vita nascosta – Hidden Life” (“A Hidden Life”), che purtroppo non sono riuscito ad andare a vedere al cinema nell’estate del 2021 (spero di riuscire a rifarmi al più presto). Nel concludere questo breve post su Malick, ci tengo a sottolineare la sua estrema bravura nel costruire l’immagine, connotazione per cui vado matto: ci sono sui film caratterizzati da una fotografia mozzafiato. Quando a delle inquadrature da brividi si aggiungono musiche sontuose e recitazioni ammalianti degli attori da lui scelti, il risultato è semplicemente grandioso. La luce che tira fuori toglie il fiato, almeno al sottoscritto. Indubbiamente un gigante del cinema contemporaneo.

Alessandro

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