I supersonici Tool

Fanno un genere molto particolare, di fatto ostico per tanti. Eppure, al di là dei gusti, i Tool si possono tranquillamente considerare una delle più grandi band di sempre nell’ambito dell’alternative rock e del metal (questi, in sintesi, i due generi sviluppati nel tempo dal quartetto americano). La loro musica è eccezionale, potentissima. Un qualcosa di stupefacente, perché frutto di una tecnica sopraffina unita a una genialità davvero rara, almeno nel mainstream.
Come gran parte delle persone nate sul finire degli anni Ottanta, li ho conosciuto all’inizio del nuovo millennio. Se non vado errato, cominciai a sentirli nominare e a leggere qualcosa su di loro nel 2006, anno in cui venne alla luce l’acclamato “10,000 Days”, il loro quarto album in studio seguito poi, ben tredici anni dopo, da “Fear Inoculum”. Ricordo che in quel periodo, poco prima dell’arrivo dell’estate e della partenza per Pescara dove andare a trascorrere le vacanze, consultavo tante riviste di settore online. Essendo da poco uscito il disco, capitava di trovare un po’ ovunque recensioni piuttosto dettagliate e positive.
Facile immaginare come la curiosità mi spinse subito a dare un ascolto al materiale rilasciato fino a quel momento. Non essendo un esperto del genere, pur apprezzando la proposta musicale finii per accantonarli in breve tempo: non ero ancora pronto per assorbire e metabolizzare quel suono così roboante, elaborato, spigoloso.
Poi, circa tre anni dopo, un amico mi portò a casa di due musicisti che era solito frequentare e che erano grandi amanti ed esperti del metal, dunque appassionati della musica dei Tool. Era una mattina di ottobre, fredda ma soleggiata. Entrammo in questo appartamento grande e luminoso, pieno di chitarre, amplificatori, pedaliere. Vicino a un grande stereo erano accatastati dischi di vario genere. Uno dei due cominciò a parlare di musica con un entusiasmo contagioso, finendo ben presto per soffermarsi sulla superiorità stilistica dei Tool.
A quel punto andò a recuperare proprio “10,000 Days”, di cui non solo apprezzava infinitamente il contenuto, ma anche il curioso packaging dell’album in versione cd. Effettivamente rimasi colpito anch’io dall’intero artwork, curato in ogni dettaglio: onestamente, non avevo mai visto nulla di simile. Attraverso quel particolare mi resi conto che, di fatto, i Tool non potevano essere un gruppo come un altro.
Di lì a poco inserì il disco, alzando parecchio il volume. Le note iniziali di Vicarious, traccia di apertura di “10,000 Days”, cominciarono a diffondersi nell’ambiente, catturando l’attenzione di tutti noi. Questo ragazzo, che poi sarebbe il caro Mauro Calderone, di cui purtroppo ho perso le tracce, si mise a descrivere con estrema chiarezza le particolarità del brano, da me già ascoltato in precedenza ma di certo mai “capito” e apprezzato a dovere. Insomma, quell’atmosfera lì, quasi psichedelica, quasi folle, mi permise di entrare una volta per tutte nel mondo dei Tool.
Finalmente, grazie a un’introduzione adeguata e appassionata, compresi come ascoltare la loro musica, su cosa soffermarmi. Insomma, fu l’inizio di una nuova esperienza, l’ingresso in un mondo lontanissimo da me per quanto, oggettivamente, strepitoso, magnifico. Uscito da quella casa, con il sole ancora forte e caldo, mi attivai subito per procurarmi tutta la musica di Maynard James Keenan e soci.
Da lì in avanti non li ho più persi di vista. Sono andato letteralmente a sviscerare “10,000 Days” così come i suoi predecessori, vale a dire “Undertow”, “Ænima” e “Lateralus”. Quelle poche volte che sono passati in Italia ho mancato di andarli a vedere, inoltre non ho neppure sentito il già citato “Fear Inoculum”, che conto comunque di ascoltare a breve. Però la stima per il loro modo di concepire la musica, infischiandosene delle tristi regole della discografia, resta intatta ed elevata.
Sono dei grandissimi, e credo sia opportuno rimarcare tutto questo. In tanti dovrebbero avvicinarsi ai loro album, ascoltandoli con il giusto coinvolgimento. I loro pezzi restano unici, mai banali, mai scontati. Già solo per questo andrebbero celebrati a dovere dai media. Doveroso osannare l’arte di immensa di gente così.

Alessandro

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