Bruce Springsteen e l’essenzialità: il capolavoro “Nebraska”

Forse l’ho già scritto da queste parti: non sono un grande esperto della musica di Bruce Springsteen, tuttavia stimo tanto un artista simile, che a suon di dischi eccellenti e di concerti travolgenti ha fatto semplicemente la storia, in ambito musicale. Il disco di Springsteen che conosco meglio, e che amo di più, è “Nebraska”, lp rilasciato dal songwriter statunitense nel settembre del 1982. Lo ascoltai per la prima volta una decina di anni fa, e non posso dimenticare l’effetto che ebbe su di me: come un qualcosa di abbagliante, di potente, mi stregò e mi stese al primo ascolto filato. È indubbiamente un’opera magnifica, ispirata e ricca di profondità sia dal punto di vista musicale, sia da quello testuale. Un’opera che fotografa un periodo della sua vita di certo non semplice.
Di un disco del genere ho parlato tanto in passato con l’amico e collega Francesco Sicheri, uno che Springsteen lo conosce come le sue tasche e che, al pari del sottoscritto (ma forse di più), ama tantissimo “Nebraska” (ricordo che tempo fa, girando in un negozio di dischi di Roma, ne prese una splendida copia in vinile). Per quanto siano passati quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, l’album in questione mantiene tuttora una forza evocativa sorprendente, e convince per coerenza e maturità.

Innanzitutto, per chi non lo sapesse, “Nebraska” è un lavoro alquanto coraggioso, nel senso che si tratta di una produzione lontanissima da molti cliché. Perché? Perché è una raccolta di dieci canzoni originali arrangiate con pochissimi strumenti, tra l’altro suonati interamente dallo stesso Boss. Chitarre acustiche, armonica e poco altro: bastò questo, al mitico Bruce, per incidere brani piuttosto riflessivi, lenti, pacati. Risparmiandosi orpelli inutili, il cantautore classe 1949 riuscì all’epoca a tirare fuori un disco fantastico perché sincero e sentito.

Importante considerare il fatto che “Nebraska” uscì all’inizio degli anni Ottanta, un periodo segnato da generi musicali molto più ritmati del folk e del country, quelli che sono alla base dell’album. Al tempo andava tanto la disco music, con l’elettronica che veniva inserita quasi ovunque. Lui, invece, in un periodo simile, scarnificò al massimo le canzoni composte per il seguito di “The River” del 1980 e lanciò sul mercato un lavoro che, musicalmente parlando, puntava tutto sull’acustico, sulle sue radici musicali.
Altro aspetto significativo. Come detto, “Nebraska” fu l’ideale seguito di “The River”, album indubbiamente bello ma alquanto diverso dal suo successore. E poi, due anni dopo la sua pubblicazione, “Nebraska” venne seguito da “Born in the U.S.A.”, che tanti conosceranno e di cui ricorderanno bene la dirompenza, il taglio molto concitato delle sue canzoni, così energiche e, per certi versi, immediate. Ecco, rendiamoci conto quindi del coraggio che, appunto, ebbe Springsteen a pubblicare un lavoro del calibro di “Nebraska”. Fu un autentico salto nel vuoto, anche se i suoi estimatori lo ricompensarono a dovere, acquistandolo e adorandolo.
Un’ultima cosa su questa vera e propria gemma all’interno della discografia del Boss. Springsteen scrisse e poi registrò da solo i dieci pezzi di “Nebraska”, dandogli un’impostazione essenziale, trattandosi di provini. Dopodiché, con la sua E Street Band andò a riempirli di suoni, arrangiandoli in maniera corposa. Eppure, nonostante tutto il lavoro fatto, Springsteen non apparve soddisfatto del risultato finale. E che fece? Spiazzando tutti, e consegnò “Nebraska” nella versione da lui registrata in solitaria, quella che ancora oggi abbiamo il privilegio di sentire. Ecco, rendiamoci conto. Quando si dice il coraggio. Coraggio che ripaga.

Alessandro

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