In “Cinema Samuele” una qualità indispensabile per chi ama la canzone

Come altre migliaia di persone, ho atteso a lungo il ritorno sulle scene di Samuele Bersani, indubbiamente uno dei cantautori italiani a cui sono maggiormente legato, visto e considerato che posseggo ogni suo disco d’inediti pubblicato dal 1992 a oggi e che lo seguo con la passione, il trasporto di sempre da almeno venticinque anni. Il suo ultimo album di canzoni originali, il delizioso “Nuvola numero nove”, era uscito nel settembre del 2013. Ci sono quindi voluti sette anni precisi per dare un seguito a quel lavoro impeccabile. Dopo essere stato anticipato dal brillante singolo apripista Harakiri, pezzo ispiratissimo e carico di magia, venerdì scorso ha visto la luce “Cinema Samuele”, contenente dieci pezzi.
Finalizzato insieme a Pietro Cantarelli, un nome importante nella musica italiana, sinonimo di esperienza e sensibilità, questo album conferma la crescita progressiva ed esemplare di un artista semplicemente unico, mai banale e prevedibile in termini di testi, di composizione musicale e di ricerca di sonorità. Infatti “Cinema Samuele”, che non è un lavoro immediato perché, come la maggior parte dei dischi del cantautore classe 1970, necessita di più ascolti per essere assimilato a dovere, convince sotto ogni aspetto.
Parliamo di un disco, della durata complessiva di circa quaranta minuti, in cui sono racchiuse storie particolari, alle volte legate al vissuto dell’artista, raccontate con uno stile intrigante e capace di coniugare ricerca e tradizione. Samuele è strepitoso perché scrive dei pezzi che tengono conto dell’importante tradizione nostrana ma che, con estrema eleganza e gusto, risultano assolutamente contemporanei. Questo riguarda sia le parole, sempre intrise di poesia, sia il sound. Se già in “Nuvola numero nove” si ravvisavano degli arrangiamenti moderni, attuali, in “Cinema Samuele” sembra di trovare un proseguimento più che coerente di quel discorso.
Tanti giornalisti hanno ravvisato un uso consistente di sintetizzatori. Ed è vero, perché ce ne sono parecchi insieme alle programmazioni. Ed è bello sentire come vengano inseriti in pezzi abbastanza diversi tra loro dove già convivono alla grande chitarre acustiche e chitarre elettriche, tastiere, pianoforti e molto altro (ne Le Abbagnale, tra i componimenti più coinvolgenti della raccolta, spiccano pure i fiati). Poi, ovviamente, non sono soltanto i synth a svettare. Vero è che analizzando l’album dal punto di vista dei suoni, quelli giocano un ruolo tutt’altro che marginale.
“Cinema Samuele” è un disco prezioso perché, a mio avviso, dimostra come si debba fare nel 2020 una musica seria ma accessibile, in linea con i tempi eppure di classe. Samuele ha coraggio da vendere, non tiene conto degli standard raccapriccianti delle radio nazionali intenzionate a propinare quasi solo spazzatura. Io non posso che ringraziarlo per questo e per l’impegno che mette in campo ogni volta che fa entrare nel vivo la lavorazione di un album. Il fatto che abbia lasciato passare sette anni tra “Nuvola numero nove” e “Cinema Samuele” gli fa onore. Mi viene in mente Fabrizio De André che da “Crêuza de mä” in poi cominciò a rilasciare un disco ogni sei anni (“Le nuvole” uscì nel 1990, “Anime salve” nel 1996).
Credo che molti altri suoi colleghi, addirittura più – ingiustamente – gettonati, dovrebbero cominciare a valutare di prendersi delle lunghe soste tornando solo con dei dischi di qualità tra le mani. Dubito che queste persone lo faranno, ma alla fine il peggio è per loro. Così facendo, infischiandosene cioè di eventuali scadenze, Samuele continua a non tradire nessuno, a non deludere, tenendosi stretto il suo pubblico che, magari in maniera non velocissima, cresce in maniera costante. Converrà o no seguire il suo esempio?

Alessandro

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