Italia ’90, un trionfo sfumato anche se a portata di mano

Trent’anni fa, proprio in questi giorni, entravano nel vivo i Mondiali di calcio organizzati dal nostro Paese. Una manifestazione attesissima da milioni di appassionati, nonché da atleti e addetti ai lavori, su cui la FIGC puntava tanto. C’era sì la voglia di allestire un torneo ricco di spettacolo, capace magari di far innamorare delle città ospitanti le numerose persone pronte ad arrivare per seguire sugli spalti degli stadi le partite, ma anche di alzare al cielo per la quarta volta quello che può essere ritenuto il trofeo dei trofei, almeno per quanto riguarda il mondo del pallone.
Non un’utopia quella di arrivare fino in fondo, anzi. Oltre a poter contare sulla spinta data ogni volta dal pubblico di casa, la Nazionale italiana si presentava ai nastri di partenza con una rosa di tutto rispetto, di certo una delle più attrezzate a livello tecnico: probabilmente, senza esagerare, era addirittura la migliore. Riguardando ora la lista dei giocatori convocati dal compianto Azeglio Vicini, all’epoca allenatore degli Azzurri, si nota come la squadra fosse ben coperta in ogni reparto: in difesa c’erano talenti del calibro di Franco Baresi, Paolo Maldini e Giuseppe Bergomi, a centrocampo i vari Carlo Ancelotti, Fernando De Napoli, Giuseppe Giannini, Nicola Berti e Roberto Donadoni, e poi in attacco tante valide pedine (su tutti Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Salvatore Schillaci, l’inatteso protagonista della competizione).
Il cammino dei nostri fu impeccabile fino alla dolorosa, sciagurata semifinale disputata a Napoli e persa ai rigori contro l’Argentina in un San Paolo surreale (tanto si è parlato dello sconcertante tifo degli spettatori per Diego Armando Maradona, un idolo in quella città). Senza dare troppo spettacolo, preferendo la concretezza e la solidità al leziosismo spesso abbastanza fine a se stesso, i ragazzi di Vicini superarono il girone eliminatorio a punteggio pieno battendo di misura Austria e Stati Uniti e rifilando un secco 2-0 all’insidiosa Cecoslovacchia: appena quattro gol siglati ma neanche uno preso, a testimonianza del fatto di potersi avvalere di una retroguardia di ferro. La stessa che non fece passare nessuno pure agli ottavi e ai quarti, dove l’Italia si sbarazzò con autorevolezza di Uruguay e Irlanda.
Arrivò poi il fatidico 3 luglio, giorno in cui un’Italia lucida e reattiva almeno inizialmente vide svanire il proprio sogno per mano dell’Argentina che ebbe la meglio dagli undici metri. Le cose si misero bene nella prima frazione di gara. In maniera un po’ goffa e fortunosa, Schillaci portò in vantaggio gli Azzurri che, costretti pure a tenere a bada i temibili attaccanti sudamericani, dunque a dedicare parecchie energie all’aspetto difensivo, non riuscirono ad andare a segno una seconda volta così da mettere al sicuro il risultato. Come da prassi, arrivò quindi il gol del pareggio siglato nella ripresa da Claudio Caniggia, in quel momento della sua carriera in forza all’Atalanta dopo un anno passato al Verona. Una doccia fredda, azionata da una rete beffarda, che sembrò tagliare le gambe a Bergomi e soci, da lì in poi quasi smarriti e con poche idee.
La nottata terminò malamente in virtù dell’esito negativo dei rigori, dove gli argentini ebbero la meglio grazie alla freddezza dei propri tiratori e del portiere Sergio Goycochea, lesto a intercettare le esecuzioni non impeccabili di Donadoni e di Aldo Serena. Un’amarezza fortissima, difficile da spiegare a chi non ama il calcio. Per i nostri giocatori, così come per i tifosi, cadde di colpo l’esaltante prospettiva di poter vincere il Mondiale in Italia. Insomma, un boccone difficile da mandare giù, un treno destinato a non passare più soprattutto per gli atleti selezionati in vista di quell’avventura. E pensare che Goycochea, di fatto decisivo in quel match, avrebbe dovuto assistere alle partite dei Mondiali dalla panchina: destinato a fare il secondo di Nery Pumpido, divenne titolare nel corso della partita Argentina-URSS quando, in seguito a uno scontro di gioco, lo stesso Pumpido riportò la rottura di tibia e perone trovandosi perciò costretto a lasciare il campo al collega e a dire addio alla manifestazione.
Messa da parte, per quanto possibile, la delusione, gli Azzurri onorarono comunque il torneo conquistando il terzo posto nella “finalina” contro l’Inghilterra giocata allo stadio San Nicola di Bari, grande impianto costruito appositamente per quei Mondiali. Baggio e Schillaci, con quest’ultimo che andando a segno su rigore contro i britannici riuscì a vincere la classifica marcatori, resero un po’ più dolce la parte conclusiva della rassegna poi vinta dalla Germania Ovest, abile a superare di misura proprio l’Argentina in uno Stadio Olimpico gremito.
Tutto sommato fu un bel Mondiale, lanciato dalla canzone-inno Un’estate italiana cantata da Edoardo Bennato e Gianna Nannini e pronta a tramutarsi in un evergreen. Un Mondiale che non mancò di regalare sorprese, basti pensare al cammino superlativo del Camerun che, dopo aver battuto i campioni in carica dell’Argentina nella gara inaugurale giocata a Milano, approdò miracolosamente ai quarti di finale salvo poi essere piegato da un’Inghilterra più pratica ed esperta.

Alessandro

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