Michel Preud’homme, una sicurezza tra i pali

Ancor prima di iniziare a giocare seriamente a pallone, il che vuol dire entrare a far parte di una società calcistica, cosa che per me avvenne nel 1998, passavo molto tempo davanti alla televisione a visionare partite e sintesi di partite di qualsiasi tipo. Già intorno ai cinque anni uno sport come il calcio rappresentava per il sottoscritto qualcosa di davvero esaltante, un’attrazione fortissima al pari della musica che, in effetti, resta la principale passione. Non so come spiegare, ma vedere le azioni di gioco imbastite da dei professionisti su dei verdi campi d’erba circondati da decine di migliaia di spettatori era sempre sinonimo di emozione e adrenalina. Poiché, come già scritto in passato su questo blog, il ruolo del portiere restava quello preferito, mi veniva pressoché naturale focalizzarmi su quegli atleti chiamati a difendere i pali delle squadre per cui giocavano.
Nel giro di pochi anni conobbi e iniziai a seguire con sempre maggiore partecipazione e foga le gesta di numeri uno destinati a diventare i miei idoli, personaggi da cui cercare di rubare qualcosa, nella speranza di riuscire a inglobare nel mio futuro stile un minimo della loro tecnica. Se ben presto reputai gli italiani di un livello superiore, grazie a generazioni uniche comprendenti gente del calibro di Franco Tancredi, Walter Zenga, Stefano Tacconi, Fabrizio Lorieri, Angelo Peruzzi, Luca Bucci, Alberto Fontana, Matteo Sereni, Gianluca Pagliuca, Luca Marchegiani, Gianluigi Buffon e via discorrendo (impossibile elencarli tutti), non disdegnai affatto il modo di parare di molti stranieri, soprattutto europei, africani e sudamericani.
Pensando ai portieri in attività quand’ero piccolo, nella fase in cui, per l’appunto, iniziavo a scoprire il mondo del calcio, mi rimarrebbe piuttosto difficile buttare giù una lista. Di sicuro posso fare qualche nome per quanto riguarda gli europei, apprezzabili e visibili attraverso il piccolo schermo sia in occasione dei Mondiali sia nell’ambito di match validi per manifestazioni come Coppa dei Campioni e Coppa Uefa. In questo caso, atleti come Peter Schmeichel, Andreas Köpke, Thomas Ravelli, David Seaman, Borislav Mikhailov, Edwin van der Sar e Vitor Baia erano già dei punti di riferimento intorno alla metà degli anni Novanta.

Preud'hommeContemporaneo a questi ultimi, e quindi in attività a partire dagli anni Ottanta, c’era anche un certo Michel Preud’homme. Qui in Italia non è mai stato troppo considerato, forse anche per il fatto di non essere approdato in una squadra di Serie A. Tuttavia, attraverso svariate stagioni agonistiche scandite da rendimenti eccellenti e costanti, questo talentuoso portiere belga nato nel 1959 è più volte riuscito a impressionare giornalisti, commentatori, allenatori, calciatori, dirigenti e semplici appassionati di calcio di tutto il mondo. Merito di un’elasticità abbastanza rara e sorprendente tale da consentirgli, nel corso di una lunga carriera, di effettuare interventi tanto spettacolari quanto complessi e, spesso, decisivi. Il tutto unito a un’invidiabile efficacia e a una carenza di punti deboli.
Fu proprio l’elasticità di Preud’homme a conquistarmi quando, incantato davanti alla tv, mi capitò di vederlo all’opera durante i Campionati del Mondo disputati negli Stati Uniti nel 1994 (prima di quella manifestazione non ne avevo mai sentito parlare). Ricordo che si trattò di un’autentica folgorazione: non riuscivo a capacitarmi della velocità, della reattività di un portiere neanche troppo alto come lui che, in ogni caso, era capace di dare grande sicurezza al reparto difensivo del Belgio facendosi sempre trovare pronto nei momenti di maggiore sofferenza. Essendo piuttosto completo e affidabile, riusciva a distinguersi anche nelle uscite alte e basse nonché nel gioco con i piedi. Insomma, un giocatore a cui poter consegnare le chiavi della difesa.
Terminato Usa ’94, crescendo ho sempre fatto in modo di non perdere di vista l’evoluzione di questo calciatore, deciso ad appendere guanti e scarpini al chiodo nel 1999, quindi a quarant’anni. Per quanto riguarda le squadre di club, non ne ha cambiate troppe: dopo i primi passi mossi nel calcio importante con lo Standard Liegi, ci sono state delle discrete esperienze con Mechelen e Benfica, ultima squadra pronta a tesserarlo. Tra i trofei più significativi, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa Europea entrambe conquistate nel 1988 con la maglia del Mechelen.
In quanto alla Nazionale, Preud’homme è riuscito a mettersi in mostra sia in occasione Italia ’90 sia, come scritto sopra, nel corso di Usa ’94. Riguardo gli Europei, non ha mai avuto modo di giocarli. Venne convocato nel 1980, quando ad ospitare il torneo fu sempre l’Italia, anche se non gli capitò mai di scendere in campo (peccato perché quell’anno il Belgio arrivò secondo, chinandosi al cospetto della Germania Ovest). A proposito dei Mondiali statunitensi, evidentemente le sue grandi parate non stupirono solo il sottoscritto: in virtù delle ottime performance con il Belgio allenato da Paul Van Himst, uscito agli ottavi ancora una volta per mano della Germania, fu suo il prestigioso Guanto d’Oro, ex Premio Yashin. Una scelta quanto mai adeguata, non c’è dubbio.

Alessandro

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