“Pump”, gli Aerosmith in ripresa sul finire degli anni Ottanta

Queste settimane piuttosto surreali, trascorse per lo più a casa, mi stanno consentendo di sentire parecchia musica. Oltre a dedicarmi con costanza all’ascolto di non poche novità discografiche, o comunque di lavori pubblicati negli ultimi anni, riesco a mettere su anche album maggiormente datati, spesso e volentieri da me acquistati in momenti diversi. Qualche giorno fa, ad esempio, ho inserito nello stereo “Pump” degli Aerosmith, comprato circa tre anni fa alla Discoteca Laziale, qui a Roma, a un prezzo senza dubbio irrisorio (era in offerta e non me lo feci scappare).
Devo ammettere che, dal momento dell’acquisto, non ho avuto modo di sentire troppe volte questo splendido disco rilasciato dalla celebre band americana nel settembre del 1989. I motivi sono vari, ne riporto giusto un paio: da una parte, di certo, la difficoltà a scegliere tra i tanti cd e vinili che (fortunatamente) possiedo, dall’altra un’ingiustificabile sottovalutazione di un’opera di indubbio spessore realizzata da Steven Tyler e soci. Sì, lo ammetto: ho sempre un po’ preso sottogamba questa produzione degli Aerosmith, convinto che il quintetto americano avesse fatto molto di meglio nel corso della propria carriera. Niente di più sbagliato.
Mi sono bastati un paio di ascolti ravvicinati per ricredermi rispetto alla validità di “Pump”, un album da me acquistato in precedenza soprattutto per curiosità (prima di prenderlo dallo scaffale del negozio conoscevo solo un paio di brani inclusi nella raccolta). Sentito in cuffia con attenzione, senza particolari distrazioni, e a un volume abbastanza alto, questo lavoro si fa apprezzare alla grande per via di una scaletta molto eterogenea, con pezzi di pregevole fattura arrangiati sia con gusto che con sensibilità dai cinque di Boston insieme al produttore Bruce Fairbairn.
Navigando in rete scopro ora una cosa piuttosto curiosa: dopo i sorprendenti risultati ottenuti con “Permanent Vacation” del 1987, anche per “Pump” gli Aerosmith scelsero di comporre alcune delle canzoni poi inserite nel disco insieme ad altri autori, ripetendo quindi una formula a dir poco saggia nonché opportuna. Ecco allora spiegata la brillantezza, l’esplosività di tracce quali Young Lust e F.I.N.E., guarda caso l’accoppiata iniziale del disco in cui c’è lo zampino rispettivamente di Jim Vallance e Desmond Child. Non credo vada ignorato questo aspetto. Dopo oltre quindici anni di attività, i ragazzi ritennero utile affidarsi all’esperienza di determinati e autorevoli colleghi per provare a tirare fuori dal cilindro delle tracce accattivanti. A mio avviso, tale scelta fu decisamente adeguata (tra l’altro stiamo parlando di collaborazioni solo per pochi episodi, quindi nulla di troppo invadente nell’economia di un lp).
Intenzionati a tirare fuori un album sanguigno e diretto, sincero e coerente, sul finire degli anni Ottanta gli Aerosmith s’impegnarono a fondo dal punto di vista compositivo, senza lasciare nulla al caso, lavorando poi con astuzia in studio al momento di scegliere i vestiti appropriati per i singoli brani. Il lavoro è davvero valido e ispirato, carico di momenti molto intensi, basti pensare a Love in an Elevator, Monkey on My Back e The Other Side. Sono abbastanza convinto del fatto che l’ottima accoglienza da parte del pubblico per “Pump” diede un’importante iniezione di fiducia alla band per affrontare alla grande gli anni Novanta. Del resto, i successivi “Get a Grip” e “Nine Lives” non delusero le attese.

Alessandro

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