Glen Hansard live all’Auditorium di Roma: show incredibile

16 novembre 2019 0 , , , , 0

Per quanto siano passati già un po’ di giorni, devo ancora riprendermi. Sì, perché vedere dal vivo Glen Hansard, soprattutto la prima volta, non è di certo un’esperienza come le altre. Martedì sera sono andato all’Auditorium Parco della Musica di Roma in occasione della tappa capitolina del suo ennesimo tour. Ero abbastanza sicuro di assistere a una grande performance, eppure mai mi sarei immaginato un show tanto travolgente ed emozionante come poi, di fatto, è stato.
Appena entrato in sala ho subito notato la presenza di numerosi strumenti sul palco. Ciò mi ha permesso in pochi istanti di comprendere lo spessore e l’importanza dell’intera produzione: insomma, non un evento qualsiasi. Vedendo tutte quelle chitarre, quegli strumenti a fiato, quel contrabbasso in fondo a destra e, di conseguenza, tutte quelle postazioni, ho intuito che mi sarebbe spettata una visione di altissimo livello. Del resto così è stato.
Folgorante la partenza, con gli otto elementi in scena capaci, in un niente, di creare atmosfere sublimi e una potenza sonora notevole eseguendo il brano di apertura, ovvero I’ll Be You, Be Me. Senza parole, davvero. Glen e i suoi compagni di viaggio estremamente coinvolgenti e affiatati, professionisti assoluti per atteggiamento e tecnica.
Andando avanti il concerto è diventato sempre più irresistibile, con il protagonista della serata assolutamente trascinante per ben due ore e mezza. La sua voce meravigliosa, il suo carisma, la sua sicurezza, la sua simpatia nell’intrattenere la platea tra un pezzo e l’altro, la sua umiltà, la sua duttilità nel passare dalla chitarra acustica a quella elettrica senza dimenticare il pianoforte, la sua sensibilità nel moderare l’intensità di ogni traccia, da solo oppure in full band: un autentico treno, non scherzo.
Eccellente la scaletta, sorprendente per le scelte così come per le esclusioni. Gradevoli le citazioni e i duetti, in particolar modo quello inaspettato con il musicista Fabrizio Fontanelli, uno che di folk e di musica irlandese ne mastica tanta da anni. Qualsiasi cosa io scriva mi appare banale, superflua.
Giusto un paio di considerazioni in chiusura. In primis, sempre ricollegandomi alla setlist, ho apprezzato il fatto che Glen e i suoi non abbiano posto attenzione in maniera esclusiva all’ultimo e delizioso “This Wild Willing”, ma siano stati in grado di spaziare a livello di repertorio optando sia per tracce incluse nei precedenti dischi da solista del cantautore classe 1970 (penso a Bird of Sorrow e a Her Mercy) sia per componimenti pubblicati in passato tanto dai The Frames quanto dal progetto The Swell Season. E poi, infine, vorrei nuovamente sottolineare la bravura degli elementi on stage: irresistibili specialmente il batterista Earl Harvin (incredibile il suo groove), il chitarrista Javier Mas, elegante nel look e abile a stregare attraverso un tocco favoloso, e il polistrumentista Michael Buckley, formidabile sia con il sax che con il flauto traverso.
A questo punto non posso non sperare in un ritorno immediato nella Capitale di Glen. Più passa il tempo, più la mia stima nei suoi confronti aumenta in modo esponenziale. L’umanità intera ha bisogno di autori simili. Perché le canzoni di quest’uomo sono di una meraviglia assoluta e mi auguro che possano arrivare, progressivamente, a chiunque.
Dimenticavo di dire che, a mio avviso, uno dei brani più coinvolgenti della serata è stato senza dubbio Lonely Deserter, pezzo che adoro e che fa parte del meraviglioso “Didn’t He Ramble”.  Il foglio fotografato, in cui sono elencate le canzoni della scaletta, l’ho rimediato al termine del live. Mi sembrava giusto condividerlo. Chiedo scusa al ragazzo al quale l’ho conteso: come lui ci tenevo tanto ad averlo. Spero ne abbia rimediato uno anche lui.

Alessandro

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