“Fitzcarraldo”: il genio di Werner Herzog, la follia di Klaus Kinski

Devo ammettere che se non mi fossi iscritto alla Sapienza, laureandomi prima in Letteratura Musica e Spettacolo e poi in Teorie e Tecniche dello Spettacolo, difficilmente avrei scoperto il cinema di Werner Herzog. O meglio, forse ci sarei arrivato, ma troppo tempo mi ci sarebbe voluto. E invece, grazie ai vari esami sostenuti con il professor Maurizio De Benedictis, c’è stata una discreta infarinatura a livello di cinematografia europea.
Quando cominci a sfogliare enormi voluti stracolmi di titoli, capisci almeno un paio di cose: sei piuttosto ignorante in materia, devi darci dentro con i film. E così a vent’anni ti chiudi in casa per farti una discreta cultura, passi da un’opera all’altra senza un attimo di tregua. Indubbiamente, il più delle volte, ti trovi di fronte a pellicole magistrali o, almeno, emblematiche. Così fu durante l’approfondimento della filmografia di quell’Herzog di cui, in età adolescenziale, avevo a malapena sentito parlare.
“Fitzcarraldo” è uno di quei lungometraggi che raramente si dimenticano. Per la storia raccontata, per le location fantastiche, per la fotografia, le atmosfere, per quegli occhi inquietanti di Klaus Kinski, chiamato ad interpretare un folle uomo intenzionato a edificare un Teatro dell’Opera in un paesino amazzonico del Perù.
Probabilmente la sceneggiatura non ha nulla di sorprendente, di sicuro Herzog ha confezionato film più sorprendenti. Tuttavia la visione di “Fitzcarraldo” è un’esperienza di non poco conto. Nel guardarlo ti domandi come abbiano fatto a girarlo, portando attrezzature di ogni genere in posti pressoché irragiungibili. Se Kinski fa la differenza? Non saprei. Una cosa però è certa: un altro attore non sarebbe stato in grado di trasmettere quel senso di tensione continua e destabilizzante che si arresta solo al momento dell’apparizione dei titoli di coda.

Alessandro

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