La grandezza dei Gomez

Eccomi qui, di nuovo a scrivere. Nel mese di agosto ho sentito tanta musica e pescando tra i cd in casa mi sono goduto più volte parte dell’incredibile opera dei Gomez. Questa band inglese, attiva ormai da quasi vent’anni, mi sta particolarmente a cuore. Trovo magnifico il loro modo di comporre. Mi piace il percorso che hanno scelto di fare sin dagli esordi, incidendo materiale in assoluta libertà e con l’intento di seguire il proprio istinto, di fare rock a modo loro, alle volte con leggerezza, in altri casi con maggior efficacia e follia.
Devo riconoscere che le ultime produzioni dei Gomez non sono straordinarie e devastanti al pari delle prime. Tuttavia siamo di fronte ad un progetto eccezionale, di quelli che non perdono colpi. Forse sono poco conosciuti qui da noi. Non importa. Già il fatto che in alcuni negozi ci siano ancora i loro cd è abbastanza.
Lo scorso anno ho preso “Liquid Skin” del 1999 a un prezzo stracciato. Un affare, considerando la qualità di quel disco. Penso sia il loro capolavoro insieme al primo, imprevedibile e ispiratissimo “Bring It On” del 1998. Sono due lavori che sento sempre con grande piacere e che mi fanno comprendere la genialità di un gruppo di livello semplicemente superiore.
Devo ringraziare l’amico Massimo Giangrande per avermeli consigliati quattro anni fa. Ricordo bene quella sera: ero a vederlo in concerto a due passi dal Colosseo (suonava con la bravissima Awa Ly), e parlando di rock band mi fece il loro nome. Mi fidai del consiglio e la mattina dopo ero davanti al pc incredulo mentre sentivo per la prima volta Rie’s Wagon, penultima traccia di un disco unico. “Bring It On”, appunto. Che esordio ragazzi.

Alessandro

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