Cormac McCarthy, penna unica e letale

Sentii parlare per la prima volta di Cormac McCarthy non più di quattro anni fa. In tv c’era un’intervista a Francesco De Gregori. Lo intervistava Vincenzo Mollica. Era una chiacchierata lunga e interessante, praticamente una chat in diretta con gli spettatori. Parlando di fonti d’ispirazione e di letteratura, De Gregori fece il nome dello scrittore americano. Ammetteva di essere molto affascinato dalla sua scrittura cruda ed evocativa. In quel preciso momento mi ripromisi che pian piano avrei approfondito.
Come detto, al tempo non sapevo chi fosse McCarthy. Eppure avevo visto “Non È Un Paese Per Vecchi”. Tuttavia non ero a conoscenza di nulla. Della sua fama, della sua carriera, dei suoi testi. Di niente. Solo lo scorso anno ho cominciato a leggermi qualcuno dei suoi romanzi. Prima “Figlio Di Dio”, divorato in pochi giorni. Poi “Suttree”, capolavoro assoluto, libro affascinante, volutamente lento. Un testo che ho finito di leggere dopo parecchi mesi a causa della sua lunghezza e dei pochi ritagli di tempo a disposizione.
In queste settimane mi sto godendo “Cavalli Selvaggi”, altro bellissimo romanzo. È il terzo che leggo. Lo trovo estremamente coinvolgente. McCarthy scrive e descrive in modo incredibile. Magari le ambientazioni, le trame e i personaggi possono apparire simili tra loro. Però in quel filone di storie oscure e spietate ha un talento enorme.
Leggendolo capisco anche da dove derivino certe canzoni del “Principe”, che non ha mai nascosto di avere un debole per l’intera cultura americana. Non serpeggia soltanto Dylan nei suoi componimenti. C’è pure McCarthy. Perché in fondo, la musica che meglio rappresenta i suoi romanzi, così legati ai territori più aridi e sperduti degli Stati Uniti, è una. Il folk. E De Gregori di folk ne ha sempre prodotto tanto. Tutto torna insomma.

Alessandro

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