Blur, il top

L’essere stati percepiti a lungo come una band brit pop li ha penalizzati, non c’è dubbio. Perché se è vero che soprattutto a inizio carriera i Blur hanno piazzato numerosi singoli di successo, carattezzati dal sound semplice sviluppato in Inghilterra negli anni Novanta, la band capeggiata da Damon Albarn ha ampiamente dimostrato di saper fare convergere nella propria musica la classe, l’ispirazione, la tecnica e la sperimentazione. Tutte queste componenti, tra le altre cose, non sono emerse soltanto negli ultimi album del collettivo anglosassone, ovvero “Think Tank” e “The Magic Whip”, ma hanno puntualmente arricchito i dischi rilasciati dal 1991 in poi.
Insomma, i Blur sono davvero il top, almeno se parliamo di rock. Un quartetto geniale, costituito da musicisti preparati sempre abili a trovare intuizioni favolose. Sono dell’idea che Albarn e soci non siano mai stati celebrati abbastanza. Ogni produzione targata Blur è perfetta, perché in qualsiasi tracklist si nota un alto livello di scrittura. Pensateci bene: c’è un loro disco che non vi convince? Indubbiamente “Leisure” e “Modern Life is Rubbish” appaiono acerbi in alcuni frangenti, ma da “Parklife” in poi c’è una crescita tanto progressiva quanto sorprendente.
Albarn è un semidio, lo sappiamo. Per quello che ha fatto da solo, con i Gorillaz e i The Good, The Bad & The Queen. Ma di chitarristi come Graham Coxon ne nascono pochissimi. Giù il cappello allora di fronte alla bravura nonché alla concretezza dei Blur, nel 2015 di nuovo insieme per dare alle stampe un disco eccellente in cui non si sono ravvisati possibile segnali di ruggine.

Alessandro

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