“Abbey Road”, un punto di non ritorno

Ho semplicemente un debole per “Abbey Road”. È un disco a cui sono affezionatissimo. Credo sia uno dei primi album che ho cominciato a sentire per intero, anche indipendentemente dalla presenza nei paragi dei miei genitori. Ricordo ancora quanto fui colpito dalla sua copertina strepitosa. Quei quattro tizi in fila sulle strisce pedonali, John Lennon davanti a tutti con i suoi capelli lunghi e il vestito bianco. E poi, ovviamente, Paul McCartney. L’unico sbarbato, con sigaretta in mano e piedi scalzi. Uno scatto al tempo al stesso semplice e luminoso ma, sotto sotto, enigmatico, quasi sinistro nell’atmosfera.
Non so dire se sia il miglior lavoro di sempre dei Beatles, probabilmente ne hanno fatti di migliori. Per me, in ogni caso, resta un capolavoro. Ci trovo la maturità così come l’ingegno, l’equilibrio e l’imprevedibilità. Sulla bellezza e sull’importanza delle canzoni che lo compongono non c’è nemmeno bisogno che mi esprima. In tanti ne hanno già parlato. Lo rimetto su in questa fredda serata invernale. In un attimo ritorno indietro di almeno venticinque anni.

Alessandro

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