L’acuto di Sam Peckinpah con “Cane di paglia”

Ho visto la maggior parte dei film di Sam Peckinpah, non uno dei miei registi preferiti ma di sicuro un autore importante nella storia del cinema. A suo agio nei western, sfornati specialmente agli esordi, Peckinpah ha dimostrato di essere un abile narratore di storie differenti tra loro per contesto, genere e intreccio. Indubbiamente “Il mucchio selvaggio” (“The Wild Bunch”), “L’ultimo buscadero” (“Junior Bonner”), “Getaway!” (“The Getaway”) e “Pat Garrett & Billy The Kid” sono pellicole importanti perché ben riuscite e capaci di conquistare un’ampia fetta di pubblico. Credo però che Peckinpah abbia dato il meglio di sé dirigendo “Cane di paglia” (“Straw Dogs”), uno dei film che più mi ha colpito in passato. Al di là della performance senza sbavature di Dustin Hoffman, il lungometraggio convince per una sceneggiatura di spessore. I tempi sono pressoché perfetti, il ritmo va progressivamente aumentando. Mi piace poi sottolineare un ulteriore aspetto: Peckinpah ha interpretato al meglio il testo, mettendo da parte certe sue influenze per dare vita ad un qualcosa di fenomenale, dove non c’è traccia di retorica e dove l’attenzione di chi guarda rimane alta grazie ad un’atmosfera tesa piuttosto costante.
Insomma, gli ingredienti giusti per fare bene c’erano. Peckinpah ha avuto il merito di non alterare nulla e di regalare agli amanti del cinema un progetto coi fiocchi.

Alessandro

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