Gli Elbow, classe e concretezza

Ho conosciuto gli Elbow circa cinque anni fa. Era il 2012 se non ricordo male. Devo ammettere che la stima nei confronti di questa valida band britannica scattò subito. Mi bastarono infatti una manciata di ascolti di alcune tracce per comprendere che non mi trovavo di fronte ad un gruppo qualsiasi. Raffinatezza, incisività, potenza: bravissimi.
Per quanto ritenuti un gruppo rock, Guy Garvey e soci propongono una musica a dir poco variegata nei rimandi. C’è di sicuro una tangibile componente elettrica nel loro suono, ma gli Elbow sanno distinguersi pure quando optano per arrangiamenti di altro tipo. Si può infatti incappare in canzoni di matrice acustica e poi ritrovarsi a contemplare pezzi accompagnati da un’orchestra, oppure contaminati con loop e soluzioni elettroniche.
Che si cimentino in ballate o in componimenti belli tirati e graffianti, il risultato è comunque favoloso. Credo siano davvero pochi nel mondo i collettivi così completi, originali e costanti nel rendimento. In più ho appreso da diversi amici che i “ragazzi” hanno una marcia in più anche dal vivo. Una bella storia insomma.
A casa possiedo il bellissimo “The Seldom Seen Kid”, ma se avessi qualche soldo in più provvederei in fretta a procurarmi tutti gli lp d’inediti rilasciati dall’ensemble a partire dal 2001. L’ultimo “Little Fictions” è un signor lavoro, ma io nel 2014 ho perso la testa per lo splendido “The Take Off And The Landing Of Everything”. In quel caso li ho trovati particolarmente ispirati. Un progetto che adoro enormemente.

Alessandro

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