Gli inarrivabili Butthole Surfers

Pochi gruppi rock sono riusciti a farmi perdere la testa come i Butthole Surfers. Ho davvero un debole per questa band americana così trascinante e pazza. Un progetto fantastico, discograficamente letale tra gli anni Ottanta e Novanta, quando di lp Gibby Haynes e Paul Leary ne pubblicavano a ripetizione.
Seppur ancora in attività, i Butthole Surfers non rilasciano più un album di canzoni originali da almeno tre lustri (l’ultimo fu “Weird Revolution” del 2001). Un grande peccato, se non altro perché alla luce del carisma e della bravura del complesso ci sarebbero i presupposti per sentire ancora oggi produzioni spiazzanti e valide. Meno male che dal 1984 in poi la band texana ha piazzato una discreta quantità di dischi. E va detto che sono lavori sublimi, raccolte di pezzi originali dove emergono tutti quei connotati attraverso cui i Butthole si sono conquistati la giusta fama tra giornalisti e musicisti (se i Marlene Kuntz si chiamano così è anche grazie al brano Kuntz incluso nel disco del 1987 “Locust Abortion Technician”).
Il sound irresistibile di un gruppo del genere è garantito da un utilizzo magistrale delle chitarre elettriche. Difficile trovare pezzi in cui non si contemplino riff mozzafiato o soli roboanti. I Butthole hanno messo in piedi un rock autentico e affascinante perché mescolato sapientemente con il punk, l’hardcore e la psichedelia. Se a questi elementi si uniscono genialità, sfrontatezza e ottima tecnica è logico che il risultato appare magnifico.
Mi riesce difficile trovare un disco poco brillante di Haynes e Leary. Fosse per me li comprerei tutti. Il problema è trovarli nuovi, o comunque non di seconda mano, nei negozi “fisici” e virtuali. Ma questo è un altro discorso che non voglio aprire perché finirei soltanto per innervosirmi. Beato chi i dischi dei Butthole ce li ha. Beato chi li ha ammirati quando erano nel pieno del blasone. E beato chi li ha visti live.

Alessandro

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